Acquario marino tropicale sps lps

Un pò di storia

Dagli albori dell’acquariologia si sono susseguiti molteplici metodologie per il mantenimento delle vasche marine. A differenza dell’acquariologia di acqua dolce, le cui metodologie sono rimaste più o meno sempre le stesse, quella marina è stata, e sarà, caratterizzata da un continuo sviluppo. Si basti pensare che fino ad una decina di anni fa le vasche marine, erano costituite da un allestimento che prevedeva l’utilizzo di scheletri di medreporari, come allestimento, ed erano pensate al solo mantenimento di pesci. Non posso negare che l’impatto visivo delle vasche di allora non fosse eccezionale. La filtrazione era affidata al vecchio filtro sottosabbia costituito da moduli di plastica uniti tra di loro a ricoprire l’intero fondo della vasca, ricoperti poi da un fitto strato di sabbia corallina. L’intero impianto era a volte alimentato esclusivamente da un aereatore!!!!. L’esigenza di mantenere in vasca altre specie come i coralli (inizialmente molli e poi duri) ha spinto appassionati e scienziati a trovare una metodologia che rendesse possibile ricreare un vero e proprio ecosistema in miniatura. Ad oggi le metodologie più usate sono essenzialmente tre: il metodo berlinese, il metododo Zeovit ed in fine il metodo Jaubert.


turbinaria_zooexplora


La scelta della vasca

Il primo passo verso la creazione di un aquario di barriera è senza dubbio la scelta della vasca. Sembrerebbe cosa di poca importanza e di facile interpretazione ma non è cosi.

Gli acquari sono dei micro ecosistemi a volte perfettamente bilanciati dove ogni piccolissima variazione fisica o chimica porta a delle modificazioni a catena che caratterizzeranno ogni singola vasca. Per questo è assurdo pensare che ogni acquario sia uguale ad un altro, o meglio ogni ECOSISTEMA sia uguale ad un altro.

La scelta della vasca va fatta in funzione di quali animali verranno poi ospitati. Le dimensioni ottime per un acquario di barriera con coralli duri e pesci sono oltre trecento litri. I pesci marini, anche in una vasca per coralli, sono i protagonisti dell’acquario e sono solitamente grandi nuotatori. Sul mercato sono disponibili anche quelli che vengono definiti nano reef che partono da 20 lt fino a 130lt.

Ovviamente la tecnica di oggi permette di creare anche piccolissimi sistemi berlinesi con ottimi risultati, ma la scelta di una vasca di queste dimensioni limita molto la scelta degli animali da inserire. Di fondamentale importanza per la riuscita di un acquario di barriera è la scelta di una vasca forata (overflow o pozzo di tracimazione) che sposta parte dell’acqua in una vasca sottostante chiamata sump dove verranno alloggiate tutti gli apparati tecnici.


sump

esempio di vasca sump con spugna e schiumatoio


Preparazione ed allestimento

Esistono molte scuole di pensiero su come allestire una vasca per coralli. Elencarle tutte sarebbe impossibile e poco utile. Il sistema a mio avviso più stabile e più utilizzato è il metodo berlinese. Questo metodo prevede l’utilizzo di rocce vive per la creazione del reef (rocciata sulla quale troveranno posto i coralli) direttamente sul vetro di fondo della vasca senza utilizzare sabbia o altro materiale di fondo, l’utilizzo dello schiumatoio per la pulizia dell’acqua, l’utilizzo di pompe di movimento per un’intensa circolazione dell’acqua ed una forte illuminazione. Andiamo ad analizzare in dettaglio questo sistema.

Per essere chiamato tale il berlinese deve disporre delle seguenti caratteristiche:

– Le rocce vive: queste hanno il compito di “sostituire” in maniera naturale il ruolo del filtro biologico, infatti solo loro ad “iniziare” il ciclo dell’ azoto. Le colonie batteriche presenti all’interno di queste rocce trasformano le sostanze inquinanti come Nitriti (NO2-) ossidandoli in Nitrati (NO3), anch’essi inquinanti ma meno tossici dei precedenti. La caratteristica fondamentale delle rocce vive è al suo interno, dove colonie di batteri anaerobici rendono possibile la riduzione dei nitrati chiudendo di fatto il ciclo dell’azoto. L’utilizzo delle rocce vive garantisce la biodiversità del sistema. Infattti le rocce non sono solo cariche di batteri, ma rappresentano la dimora di molteplici specie appartenenti a quasi tutti i Phylum della sistematica zoologica, come Molluschi, Artropodi, Anellidi e Cnidari. Il tasso di biodiversità così alto garantisce la presenza di animali detrivori, alghivori e carnivori che svolgono un lavoro di stabilizzazione dell’intero sistema.

Il metodo berlinese prevede l’impiego delle rocce vive in un rapporto di 1Kg di roccia per 5 lt di acqua. Il motivo per il quale la “rocciata” di fondo deve avere un volume così ampio, è proprio per l’azione de-nitrificante delle rocce stesse. Le roccie vive, nel caso in cui l’idea iniziale dell’allestimento prevedesse una rocciata non cosi imponente, possono essere comunque alloggiate in sump. Infine, la qualità di una roccia viva si basa sulla porosità. Di regola più la roccia è leggera è maggiore sarà la qualità.

– Intensa Circolazione dell’acqua: La circolazione dell’acqua è molto importante per la stabilità della vasca in quanto ha il compito di limitare o addirittura evitare la deposizione di sedimento sul fondo vasca, fonte certa di sostanze inquinanti. Inoltre il movimento intenso garantisce una distribuzione omogenea del nutrimento per i coralli i quali crescendo, erigono dei veri e propri muri di carbonato di calcio formando delle zone di acqua ferma. Ultima ma non meno importante è la capacità di ossigenazione di tutto il sistema acquario. La circolazione è promossa dalle pompe ad immersione che solitamente vengono fatte aderire ai lati corti della vasca e messe in funzione in modo alternato simulando così l’effetto risacca che si forma sui reef laddove le onde si infrangono nella parte iniziale della barriera. il movimento consigliato è di circa 20 volte il volume della vasca. Questo valore è però strettamente a discrezione del conduttore della vasca. E’ inutile sottolineare che non tutti gli organismi hanno le stesse esigenze sia in fatto di corrente che di illuminazione. Quindi la scelta dell’attrezzatura pre la circolazione va fatta solo quando si è deciso quali organismi verranno ospitati.

– Intensa Schiumazione:  lo schiumatoio è un’attrezzatura particolare che a differenza di tutti i sistemi di filtraggio, all’interno dei quali avvengono reazioni chimiche, sfrutta un semplice processo meccanico determinato dalla formazione, all’interno della colonna di schiumazione, di fini bolle d’aria. Le bolle d’aria si caricano a livello elettrostatico attraendo molecole proteiche le quali possono essere così rimosse dall’acqua. Ovviamente, non essendo più in acqua, non potranno entrare a fare parte del ciclo dell’ azoto e non potranno così determinare inquinamento in acquario.

– Assenza di materiale di fondo: il metodo berlinese non prevede l’impiego di alcun materiale di fondo. In relazione a quanto accennato in precedenza a riguardo della sedimentazione di materiale organico sul fondo vasca, il mancato utilizzo di sabbia è ovvio. Inoltre, un intensa circolazione dell’acqua determinerebbe il continuo movimento del materiale di fondo in relazione alla corrente e renderebbe superfluo l’utilizzo dello schiumatoio in quanto lo strato superficiale di sabbia fungerebbe da “riserva” di nitrati e successivamente fosfati.

– Forte illuminazione: l’illuminazione è fondamentale per i processi biologici. I coralli utilizzano i prodotti della fotosintesi, espletata dalle zooxantelle, come energia per attivare le loro trappole per il plancton. Il metodo berlinese per eccellenza prevede l’utilizzo delle lampade Hqi, che sono molto dispendiose dal punto di vista energetico, ma simulano perfettamente la luce solare creando sul fondo e sulle rocce il riflesso del movimento dell’acqua di superficie che si muove. La gradazione luminose più utilizzata è la 14.000 °K vale a dire uno spettro luminoso tendente al colore azzurro. Molti usano anche lampade più luminose a gradazione inferiore come 10.000 °K con luce gialla/bianca frazionandola con delle lampade T5 attiniche (blu). E’ diffuso anche l’utilizzo di plafoniere T5 in sostituzione delle Hqi. La luce emessa dai tubi al neon T5 è una luce “ferma”. Non si formerà il tipico movimento di riflesso sul fondo, ma non si avrà una perdita di wattaggio procedendo dalla superficie verso il fondo vasca, come avviene invece per le Hqi. Novità nel campo acquariologico sono le plafoniere a Led. Molto care, certo, ma permettono di risparmiare molto dal punto di vista del consumo energetico e la vita media di un led è molto lunga. Personalmente sto ottenendo ottimi risultati dal punto di vista del mantenimento e della crescita dei coralli duri in acquario con questa tipologia d’illuminazione.


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Il metodo berlinese è il sistema attualmente più diffuso e, come già detto, il più naturale. La riprova di questa mia affermazione risiede nella colorazione assunta dal tessuto dei coralli. I colori sono intensi e riproducono esattamente le condizioni di vita naturale dei coralli. Come potrete leggere in un articolo già pubblicato su questo sito, la colorazione di un corallo dipende dallezooxantelle in simbiosi nel suo tessuto. In base al tipo di alimentazione di queste alghe unicellulari il tessuto del corallo assume una determinata colorazione e l’obbiettivo del metodo berlinese è ricreare un vero e proprio ecosistema del tutto simile a quello naturale.

Essendo l’acquario un sistema chiuso (quello che viene consumato al suo interno non viene reintegrato naturalmente), periodicamente si dovrà procedere a reintegrare tutte quelle sostanze che vengono consumate o rielaborate dagli organismi presenti in vasca.

I valori ottimali da mantenere in vasca dovrebbero essere:

– Nitriti          (NO2) : 0,00 mg/l

– Nitrati         (NO3) : 0 – 5 mg/l

– Fosfati       (PO4) : 0,00 mg/l

– Calcio        (Ca)   : 420 – 450 mg/l

– Magnesio  (Mg)   : 1200 – 1500 mg/l

– KH                         : 9-14 dH°

– pH                         : 8 – 8.6

– Densità                : 1.020 – 1.025

– Temperatura       : 24 – 26 °C

Che animali inserire

Quello di Acropora è il genere più ricco di specie tra tutti i coralli duri. La maggior parte delle specie di Acroporapresentano crescita ramiforme, ma molte assumono anche forme a colonna, piatte, oppure si dispongono a crosta, generando strutture ampie fino a due metri. La grande capacità di adattamento ad ambienti diversificati ha prodotto un enorme varietà di specie. I coralli appartenenti a questo genere molto spesso formano grandi colonie di una singola specie le quali spiccano, nella piattaforma corallina, su tutti gli altri invertebrati. Questa è, sostanzialmente la differenza tra un tratto di reef naturale ed uno artificiale ricreato in vasca. E’ consuetudine ormai da qualche anno, riempire la struttura rocciosa della nostra vasca di barriera con piccole colonie di specie diversa e di colori molto contrastanti tra di loro al punto da non riuscire a scorgere più neanche una piccolissima frazione di materiale roccioso sottostante. Certo l’impatto visivo è eccezionale, ma sicuri che sia una rappresentazione esatta del mondo naturale?

In natura, gli effetti delle correnti e/o l’illuminazione giocano un ruolo fondamentale sulla morfologia. A volte una singola specie sottoposta a stimoli ambientali differenti può esprimere forme di crescita radicalmente differenti.

Acropora rappresenta, insieme ad altri coralli duri, gli ospiti d’acquario maggiormente delicati. Le nuove tecniche associate all’acquariologia di barriera hanno reso possibile non solo il loro mantenimento ma addirittura una rigogliosa crescita e riproduzione. Questi coralli rientrano nella categoria dei costruttori di barriera. La loro crescita è generalmente molto veloce (maggiore per le forme ramificate e minore per le forme massicce). Questo genere comprende più di 300 specie nominali (VERON 1986), delle quali la maggior parte presenta una forma arborescente. Il fattore di importanza sistematica è il polipo assiale situato all’apice dei rami. Questo è il responsabile della generazione dei nuovi polipi (polipi radiali) che prenderanno posto della parte laterale del ramo. Le specie di Acropora più facilmente mantenibili sono A.pulchra, A.muricata, A.nobilis, A.cytera. Gli animali che presentano un rateo di crescita molto lento e di forma massiccia, come A.humilis e A.gemmifera non sono consigliate per il mantenimento da parte di un acquariofilo con poca esperienza in quanto presentano qualche difficoltà nel mantenimento.

Il fattore  di maggior rilevanza per il mantenimento di questi organismi in acquario è l’ambiente. Per ambiente ovviamente si intendono tutte le caratteristiche chimico-fisiche dell’acqua. Condizioni ambientali sfavorevoli, influenzano molto velocemente i coralli del genere Acropora provocando necrosi tissutale che non viene risanata portando alla morte l’animale. Quasi sempre quando si acquista una colonia di Acropora si potrà notare un gradito ospite che vive tra le strette fessure dei rami. Stiamo parlando di piccoli granchi simbionti, i quali portano sul loro carapace (scheletro esterno) la stessa colorazione del tessuto coralligeno. Questi inquilini non sono del tutto innocui, ma garantiscono una continua pulizia del coralli dai sedimenti che si possono depositare tra i rami laddove la corrente dell’acqua è minore. Sembrerebbe che questi granchi simbionti si ciberebbero anche delle alghe che potrebbero formarsi sulla parte scheletrica priva di tessuto (laddove ci sia stata un evento di perdita tissutale), evitando la morte definitiva del corallo.

Una colonia di Acropora con uno o più granchietti simbionti costituisce una comunità naturale estremamente interessante. Uno dei punti fondamentali nel mantenimento di questi animali è costituito dall’illuminazione. Un presupposto per il successo è sicuramente la presenza di un impianto di illuminazione a HQI (anche se ultimamente sembrerebbe che le luci a LED funzionino discretamente bene). Più watt per litro installeremo, meglio cresceranno le nostre colonie di Acropora.  Molta attenzione si dovrebbe prestare alla composizione cromatica della luce emessa da queste lampade. La gradazione Kelvin con valori compresi tra 10.000K fino a 14.000k risultano essere poco luminose per wattaggi compresi tra i 250watt e 400watt. Per wattaggi maggiori come 1000watt la resa è maggiore e possono essere impiegate lampade anche con gradazione kelvin di 20.000K.

La chimica dell’acqua è molto importante. Le caratteristiche fisico-chimiche più importanti sono essenzialmente la densità (1025), il valore di durezza carbonatica (12°dKH) e la concentrazione degli ioni Calcio (450 mg/l) e dei fosfati (0.00 > 0.05). Le specie di Acropora dato il loro alto tasso di crescita, consumano molte sostanze disciolte.

Per evitare inoltre la comparsa di si sintomi dovuti alla mancanza degli elementi traccia che quando non sono presenti possono avere effetti nocivi sullo sviluppo delle colonie, è necessario fornirli costantemente. Sostanze come Iodio, Stronzio e Magnesio svolgono un ruolo di primo ordine in questo senso. Questo reintegro può avvenire tramite cambi d’acqua parziali e tramite l’aggiunta diretta di apposite soluzioni.


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I coralli duri a polipo grande sono definiti anche come LPS (“large polypedscleractinians”) e possono essere ritenuti i primi madreporari ad essere mantenuti in acquario. Intorno agli anni ’80 si diffuse tra gli acquariofili la consapevolezza di riuscire a mantenere in acquario specie diverse da quelle che sino ad allora popolavano le vasche di “barriera” regalando notti insonni notevoli agitazioni: gli alcionidi.

L’idea di portarli ad una crescita intensa era considerar impossibile tanto che questi coralli erano definiti come “coralli da consumo”, che dopo qualche anno dovevano essere sostituiti, perché ad un certo punto il tessuto dei polipi iniziava a ritirarsi. Nonostante queste limitate condizioni acquaristiche, erano tuttavia considerati coralli duri “robusti” (DANIEL KNOP). La prima comparsa del genere Acropora o Pocillopora (coralli duri a polipo piccolo) fu registrata agli albori degli anni novanta, solo quando fu possibile regolare la quantità di ioni calcio, la concentrazione dei nitrati e dei fosfati nell’acqua delle vasche.

Andiamo ora ad analizzare questa particolare categoria di coralli. La suddivisione che ormai si è affermata, nel mondo acquariologico, dei coralli duri in SPS e LPS non si basa ad alcuna suddivisione sistematica scientificamente riconosciuta. Quindi non tirate fuori quest’argomento in presenza di un tassonomo corallino!!! Gli LPS rappresentano tutti quei coralli con una morfologia molto diversificata, risultato di adattamenti ecologici a diverse condizioni ambientali. In altre parole hanno adattato la loro fisiologia e quindi anche la loro forma di crescita all’ambiente dove vivono. Al contrario degli SPS, specializzati in acque basse caratterizzata da una forte intensità luminosa e un forte movimento ondoso, gli LPS popolano la zona sottostante del reef, dove la luce non è così intensa e il movimento è determinato solo dalle correnti marine e dove la concorrenza per lo spazio vitale non è così drammatica come in superficie. In questa zona non è utile compensare i danni degli influssi ambientali del tempo con una rapida crescita, come invece fanno gli SPS sulla piattaforma corallina. In questo ambiente è meglio formare scheletri pesanti e stabili (DANIEL KNOP). In questi ambienti la crescita è piu’ lenta e la compensazione dei danni ambientali e del tempo attraverso la resistenza.  La grandezza dei singoli polipi di un corallo può essere considerata come espressione di una determinata strategia di sopravvivenza, che comprende anche altre caratteristiche morfologiche e fisiologiche e che si sviluppa attraverso influssi ambientali, in altre parole per mezzo dell’interazione dei coralli con il loro ambiente (DANIEL KNOP). Di conseguenza coralli con polipo più grande rispetto ad un altro LPS si sono adattati ad un determinato habitat. Questo significa che anche in acquario avranno esigenze diverse.

dott. Tommaso Mascioli

 

Bibliografia

VERON, J. E. N. (1986)Corals of Australian and the Indo-Pacific.

WALLACE, C.     (1998)Revision of the coralgenusAcropora in Indonesia

WALLACE, C.     (1999)StaghornCorals of the World

NILSEN, A. J. U., FOSSA, S. A. (1995)Korallenriff Aquarium

DELBEEK, J., SPRUNG, J. (1996): DasRiffaquarium

SPOTTE, S. (1992) Captive SeawaterFishes: Science and Technology

MASCIOLI, T. (2012) Il fenomeno del CoralBleaching

 

 

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